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Il crocefisso resta in aula

Deludente l’esito del ricorso promosso dal governo italiano presso la Grand Chambre della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo.

La sentenza di primo grado che dava ragione ai nostri soci di Abano Terme, stabilendo che la presenza del crocifisso alle pareti della aule scolastiche italiane lede il diritto di educare i propri figli secondo il proprio convincimento, è stata totalmente ribaltata nel procedimento di secondo grado (Sentenza Secondo Grado Crocefisso) che, invece, sentenzia che il diritto di esporre il crocifisso rientra nel cosiddetto margine di discrezionalità riconosciuto agli stati membri, che non vi è alcuna prova del condizionamento subìto dagli studenti a causa della presenza del simbolo cattolico, e che comunque ciò non è accompagnato da un insegnamento “obbligatorio” di una religione o dal divieto di indossare “tenute a connotazione religiosa” (quindi, a parere della corte, la laicità è salva).

Il socio Leonardo Broseghini ha scritto sul tema una favola che è stata pubblicata sulL’ATEO n. 6/2010 (72).

LA PARETE BIANCA (di Leonardo Broseghini)

C’era una volta, in un paese lontano, una scuola felice: ogni mattina bambini e bambine correvano gioiosi dalle loro maestre, contenti e curiosi per le belle cose che avrebbero imparato.

Pierino era uno di questi, e divideva il suo cuore tra l’amicizia per i suoi compagni di classe, ed un tifo irrefrenabile per la sua squadra, la Juventus.

Da sempre il suo papà ed i suoi zii lo avevano educato al tifo bianconero: bianconera era la culla che per prima aveva ospitato i suoi sonni, bianconeri erano i poster che tappezzavano la sua camera, bianconeri erano i sogni di gloria che coloravano le sue speranze.

Una mattina, seduto al proprio banco, notò che la parete alle spalle della sua insegnante era proprio triste: un muro bianco, insignificante e noioso, tanto diverso da quelli di casa sua!

“Domani – pensò – lo migliorerò io”.

E così, il giorno dopo, si presentò 10 minuti prima alla lezione, ed appese, ben in vista, un gagliardetto della Juve, proprio sopra la sedia della maestra.

La cosa suscitò una certa reazione all’interno della classe: applausi fra i suoi compagni di tifo (la maggioranza dei bimbi, a dire la verità), qualche fischio fra i tifosi avversari, perplessità fra quei bimbi che non seguivano lo sport, o che comunque preferivano altre discipline.

Un seguace del Toro provò perfino ad afferrare il drappo, per liberarsi di quell’orrida visione (non è vero che i tori s’arrabbiano quando vedono rosso: è il bianco e nero che li manda in bestia), ed un fiorentino esplose in una solenne pernacchia; ma la maestra ripristinò rapidamente l’ordine.

Lei, che si sentiva moderna e democratica, trovava che la soluzione più equa fosse quella di risolvere la cosa tramite voto popolare: venne allora indetta una rapida conta delle mani, e quelle bianconere risultarono, com’era prevedibile, in superiorità numerica.

Non le dispiacque quindi, a lei che aveva sempre avuto un debole per Del Piero, proclamare che per rispetto del volere della maggioranza dei bimbi, da quel giorno la zebra avrebbe vegliato su di loro. E poi, che male faceva ? Nessuno si sarebbe dovuto sentire offeso per una gioiosa ed educata manifestazione di spontaneo tifo calcistico.

Questo non bastò a placare i mugugni, soprattutto fra le minoranze più consistenti. Tre o quattro interisti, ed altrettanti milanisti, pensarono che era loro preciso dovere morale replicare in maniera adeguata.

Ovvia conseguenza, il mattino dopo altri due gagliardetti tenevano compagnia allo stendardo della Vecchia Signora.

Altre rimostranze, altra confusione: la maestra era nuovamente in imbarazzo.

Ma lei, che si riteneva moderna e democratica, pensava che fosse giusto essere per una società dell’inclusione, contro la cultura dell’esclusione e dell’emarginazione. Avrebbe allora acconsentito che tutte e tre gli stemmi capeggiassero sulla sua testa, in modo da non fare torto a nessuno.

E poi, che male facevano ? Nessuno si sarebbe dovuto sentire offeso per una gioiosa ed educata manifestazione di spontaneo tifo calcistico.

Ovviamente, il giorno seguente ogni bimbo pensò bene di portare un proprio contributo alla vivacità della parete; perfino Aisha, l’immigrata marocchina che a fatica parlava italiano, riuscì a scovar fuori da chissà dove una bandierina del Rabat Football Club!

Pierino fissò per tutta la mattinata la parete dietro la maestra: la sua amata zebra, in quella babele di simboli, quasi non si scorgeva più.

E non era giusto, no che non era giusto! Loro erano di più degli altri, perchè non potevano avere una spazio proporzionale alla loro consistenza ? (o meglio, avrebbe pensato in questi termini, se fossero già arrivati a fare le proporzioni; ma, intuitivamente, lui sentiva che c’era qualcosa che non andava).

Il giorno dopo stese così un grande fazzoletto bianconero, in modo da occupare quasi un terzo del campo conteso. Ovviamente, anche quel giorno le discussioni furono aspre e concitate, e nessuno rinunciava a difendere il proprio buon diritto.

E la maestra aveva un bel da cercare compromessi, aggiustamenti, mediazioni: con la precisione di una commissione ISO, le toccò fissare le massime dimensioni per ognuno, in maniera che ogni stendardo avesse la giusta visibilità.

Nei giorni successivi infuocò la discussione sulla posizione occupata, che tutti volevano fare il Gesù, e nessuno il ladrone. Ed ancora si dovette pensare ad un meccanismo di rotazione, in modo che tutti potessero occupare per il medesimo periodo sia le posizioni centrali, che quelle più sfavorite, negli angoli.

Ormai i bambini si dividevano unicamente in gruppi omogenei per fede calcistica, ed andarono in frantumi inossidabili amicizie di lungo corso; quasi, fra gruppi diversi, non ci si rivolgeva nemmeno più la parola.

Alla fine alla maestra toccò dividere l’intera parete in lotti; ed ogni mattina ogni studente staccava il proprio simbolo, e lo attaccava nel lotto adiacente. Non si chiarì mai sino in fondo come risolvere il nodo dei week end (erano tutti allo stadio, e nessuno aveva intenzione di prendersi la briga di continuare la rotazione anche nei giorni festivi), ma tanto ormai, tra una disputa ed un litigio, erano arrivati alla fine dell’anno scolastico.

Quindi un lieto fine alla favola ? Non direi proprio: quell’anno c’erano gli esami, e tra gli alunni di quella classe ci fu una vera strage di bocciature.

A differenza di quanto accadde nelle classi vicine, dove le pareti erano impegnate da carte geografiche e da tabelline, e dove il tempo veniva impegnato ad insegnare la geografia e la matematica.

La morale, è fin troppo ovvia: ognuno si dedichi ai propri hobby nel tempo libero, ed a scuola ci si vada solo per imparare.

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